La Società Italiana di Criminologia (SIC) prende pubblicamente le distanze dai cosiddetti “criminologi mediatici” — figure che compaiono regolarmente in televisione e sui social per commentare casi penali, formulare diagnosi a distanza e invocare condanne: nonostante si professino tali, non sono criminologi, perché la loro attività riguarda soprattutto le indagini su autori di reato ignoti ed è apparentata prevalentemente con le scienze di polizia e dell’investigazione.
Per propria parte, la criminologia, pur non costituendo una scienza autonoma ma l’applicazione dei contributi di diverse discipline — dalla sociologia alla psicologia, alla psichiatria, al diritto — allo studio delle cause della criminalità, della prevenzione, del trattamento degli autori di reato e del controllo del fenomeno criminale, non si occupa di stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un imputato, che spetta soltanto all’Autorità Giudiziaria.
Un’attività che alimenta paura e vendetta
Il problema principale, però, non è il titolo: è il contenuto. I criminologi mediatici alimentano sistematicamente le paure collettive, il desiderio di punizione e l’odio verso gli accusati, spesso molto prima di una sentenza definitiva, tra l’altro ignorando il fatto (o disinteressandosene totalmente) che una lapidaria valutazione pseudodiagnostica può esporre il destinatario al rischio di un’altrettanta sommaria giustizia, praticata dagli altri detenuti in forza di un malinteso codice d’onore del carcere. Come documentato dalla ricerca criminologica, spesso le trasmissioni televisive sui casi penali trasformano l’imputato in un “mostro” da condannare pubblicamente, con conseguenze concrete che vanno dall’inquinamento del dibattito pubblico all’alterata percezione nei confronti della popolazione detenuta da parte della comunità esterna.
Tutto ciò contrasta apertamente con l’articolo 27, comma 3, della Costituzione italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Chi invoca il castigo si pone al di fuori di questo principio.
Né formazione né ricerca
Non è frequente, poi, che chi interviene sui media presentandosi come criminologo abbia frequentato corsi universitari di criminologia presso atenei riconosciuti, italiani o stranieri, o che il suo nome sia presente in lavori a tema criminologico sui principali database bibliometrici internazionali (Scopus, Web of Science) che registrano le pubblicazioni scientifiche; e chi non ha mai sottoposto un lavoro criminologico al vaglio della comunità scientifica internazionale non appartiene alla comunità scientifica della disciplina, indipendentemente dalla sua visibilità mediatica.
La fama non è competenza
La notorietà dei criminologi mediatici è un prodotto dell’ecosistema digitale: internet e i social network premiano le voci più semplici e più emotivamente cariche, non le più competenti. Alcuni si spingono poi a criticare pubblicamente l’operato dei giudici, sovrapponendo il giudizio mediatico a quello giudiziario: la SIC ritiene che questa dinamica rappresenti un pericolo per lo Stato di diritto.
Comprendere senza condannare
La filosofa di Oxford Amia Srinivasan ha scritto che anche le posizioni più problematiche vanno comprese nella loro genesi, prima che condannate. La SIC fa proprio questo principio e lo applica anche a se stessa: la critica ai criminologi mediatici non deve trasformarsi in una condanna speculare. Chi cerca soluzioni semplici a fenomeni complessi risponde a un’ansia diffusa che merita comprensione, ma comprendere le ragioni di un fenomeno non significa accettarlo: significa rispondervi con fermezza anziché con altrettanta aggressività.
La posizione della SIC
La Società Italiana di Criminologia, ritenendo le attività dei criminologi mediatici prive di fondamento scientifico, lesive della reputazione della disciplina e in contrasto con i valori costituzionali, in cui invece essa si riconosce, e consapevole della propria responsabilità pubblica, intende pubblicamente impegnarsi in una più diffusa divulgazione delle scienze criminologiche fondate sulla ricerca e rispettose dei diritti di tutti — autori di reato, vittime, comunità.
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DOCUMENTO DI APPROFONDIMENTO
I “criminologi mediatici”: un fenomeno che non appartiene alla scienza
- Che cos’è la criminologia e chi è il criminologo
La criminologia non è una scienza autonoma: è l’applicazione dei contributi di diverse discipline scientifiche — sociologia, sociologia della devianza, psicologia clinica e sociale, psicologia delle istituzioni, psichiatria, psicopatologia e diritto — a un oggetto che non è definito dalla criminologia stessa, bensì dal diritto penale. Il suo campo è lo studio delle cause della criminalità, delle modalità della sua prevenzione, del trattamento degli autori di reato e del controllo della criminalità nel suo complesso. Questa definizione, condivisa dalla letteratura internazionale e sancita nello Statuto della Società Italiana di Criminologia, non lascia spazio ad ambiguità: il criminologo non si occupa di stabilire la colpevolezza o l’innocenza di singoli indagati o imputati in procedimenti penali in corso. Tale competenza appartiene in via esclusiva all’Autorità Giudiziaria.
La criminologia ha una storia consolidata, che in Italia risale al XIX secolo e che ha prodotto un patrimonio di conoscenze sulla genesi della criminalità, sulle dinamiche sociali e psicologiche che la alimentano, e sulle strategie che consentono di ridurla. Questo patrimonio si è costruito attraverso decenni di ricerca empirica, sottoposta al vaglio della comunità scientifica internazionale, e viene oggi insegnato nelle università di tutto il mondo.
Chi si presenta come “criminologo” per commentare casi penali in televisione, formulare giudizi sulla responsabilità degli imputati, o — come accade spesso — per invocarne la condanna, compie in realtà una doppia operazione: da un lato, si appropria della definizione di criminologo per svolgere un’attività che appartiene all’investigazione e alla ricostruzione del fatto-reato, cioè alle police sciences e non alla criminologia; dall’altro, si professa criminologo per attribuirsi una competenza professionale per la quale non possiede la formazione necessaria, né nelle discipline che fondano la criminologia, e talora neppure in quelle investigative.
- Il contenuto dell’attività dei criminologi mediatici non corrisponde a quello dell’attività dei criminologi scientifici
Ed è proprio il contenuto dell’attività dei criminologi mediatici a destare la preoccupazione più grave. Le trasmissioni televisive dedicate ai casi penali — come documentato, oltre che dalle modalità e dallo stile dei c.d. “criminologi” che si presentano sui media, anche da ricerche condotte nell’ambito della nostra stessa Società – si caratterizzano per la presenza sistematica di soggetti che alimentano la paura sociale, il desiderio di punizione e l’odio verso l’accusato, molto prima che una sentenza definitiva sia stata pronunciata.
Tutto ciò si verifica non solo nel caso di autori ignoti, con la ricerca spasmodica che i criminologi mediatici fanno dei “colpevoli”, giungendo a battaglie e conflitti fra loro, ma anche nelle trasmissioni dedicate a casi “chiusi”, in cui gli autori di reato sono fatti oggetto di analisi pubblica — molto spesso senza gli strumenti metodologici adeguati e senza alcuna finalità trattamentale: tutto ciò produce danni seri non solo alla persona analizzata, ma all’intero sistema della giustizia e della rieducazione penale. L’etichettamento ulteriore del “mostro” che così si mette in atto genera conseguenze concrete anche all’interno degli istituti penitenziari, dove le gerarchie informali tra detenuti possono produrre sopraffazioni, violenze e, nei casi peggiori, anche gesti autolesivi.
La criminologia scientifica, invece, insegna che l’autore di reato è quasi sempre un soggetto sofferente, portatore di una storia di marginalità, di trauma, di fallimenti istituzionali successivi. Ciò non significa giustificare il crimine: significa riconoscere che la comprensione delle sue cause è il presupposto indispensabile di qualsiasi strategia efficace di prevenzione e reinserimento. Chi riduce l’autore di reato a un “mostro” non solo viola la dignità della persona, ma rinuncia a qualsiasi possibilità di comprendere il fenomeno criminale e di contrastarlo.
Tutto ciò si pone in aperto contrasto con l’art. 27, comma 3, della Costituzione della Repubblica Italiana, che stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.” Il principio costituzionale non è decorativo: esso esprime la consapevolezza che la risposta della società al crimine non può ridursi alla vendetta e all’esclusione, pena la rinuncia a qualsiasi prospettiva di contenimento del fenomeno. I criminologi mediatici, con la loro retorica e la loro insistenza sul male assoluto e irredimibile dell’accusato, operano in senso direttamente contrario a questo principio.
- Una formazione estranea alla criminologia scientifica
Nella grande maggioranza dei casi, inoltre, i criminologi che accettano di lavorare per i media non hanno frequentato corsi universitari di criminologia presso istituzioni accademiche riconosciute, italiane o straniere: nel nostro paese, la criminologia viene insegnata come materia universitaria in un numero limitato di atenei, e la sua padronanza presuppone una formazione rigorosa nelle discipline che la compongono, oltre che nella metodologia della ricerca.
Nulla di tutto ciò emerge dalle biografie professionali dei soggetti in questione, che provengono spesso da percorsi formativi estranei alla disciplina — scienze di polizia, criminalistica, consulenza investigativa — e che tendono a presentare come “criminologia” o come “criminologia forense” — definizione quasi assente nel contesto scientifico internazionale — ciò che in realtà appartiene alle police sciences, un campo del tutto distinto. Le police sciences si occupano dell’attività investigativa e della ricostruzione del fatto-reato; la criminologia applica i contributi delle scienze sociali, psicologiche, psichiatriche e giuridiche allo studio delle cause, della prevenzione e del trattamento della criminalità come fenomeno sociale e individuale. È qui che si manifesta la doppia operazione di cui si è detto: questi soggetti si appropriano del titolo di criminologo per svolgere un’attività che appartiene semmai alle police sciences, e al tempo stesso la maggior parte di loro non possiede la formazione necessaria per l’attività che effettivamente pretende di svolgere.
È opportuno aggiungere che il proliferare di corsi di formazione privati, master non universitari e attestati di dubbia valenza ha contribuito a diffondere l’illusione che il titolo di “criminologo”, con le deviazioni citate rispetto all’oggetto della criminologia scientifica, possa essere acquisito al di fuori dei percorsi accademici regolari. La SIC intende ribadire che la criminologia è una disciplina che richiede una preparazione universitaria di livello avanzato, e che nessun attestato privato può sostituire la formazione che si acquisisce attraverso un percorso accademico strutturato.
- L’assenza di pubblicazioni scientifiche
Un criterio di valutazione ulteriore e decisivo è quello bibliometrico: la ricerca scientifica trova la propria verifica nel vaglio della comunità mondiale della ricerca attraverso le pubblicazioni su riviste sottoposte a peer review e indicizzate nei principali database internazionali. La consultazione di Scopus e Web of Science rivela che, nella grande maggioranza dei casi, la produzione scientifica in ambito criminologico dei cosiddetti criminologi mediatici risulta assente o del tutto marginale.
La presenza in tali contesti costituisce infatti il discrimine fondamentale tra chi fa parte della comunità scientifica e chi no: il sistema della peer review — la revisione anonima da parte di altri studiosi prima della pubblicazione — è il meccanismo attraverso cui la scienza corregge se stessa, esclude le affermazioni prive di fondamento e costruisce progressivamente un sapere affidabile. Chi non si è mai sottoposto a questo processo non appartiene alla comunità scientifica criminologica, quale che sia la sua presenza sui media.
La SIC pubblica la Rassegna Italiana di Criminologia, indicizzata su Scopus; i suoi soci producono ricerche originali sottoposte a scrutinio internazionale e presenti sui database citati. È con questo metro che si misura l’appartenenza a una disciplina scientifica — non con il numero di apparizioni televisive.
- Il paradosso della fama digitale e l’attacco all’autorità giudiziaria
Uno degli aspetti più paradossali del fenomeno è che la notorietà di questi soggetti è in larga parte un prodotto dell’ecosistema informativo contemporaneo: internet e i social network amplificano le voci più semplici, più emotivamente cariche, più adatte a generare reazioni immediate, indipendentemente dalla loro fondatezza scientifica. Questa fama costruita sull’indignazione non misura la competenza ed evidenzia invece la capacità di intercettare e alimentare le ansie collettive.
La stessa logica si riproduce nelle frequenti querelle che contrappongono i criminologi mediatici sui social network: il meccanismo è quello ben noto dell’economia dell’attenzione. La controversia genera visibilità, la visibilità viene scambiata per autorevolezza, e l’autorevolezza presunta consente di presentarsi come “esperti” a un pubblico che non ha gli strumenti per verificare la fondatezza di questa pretesa.
Il fenomeno raggiunge il proprio apice quando gli stessi soggetti si ergono a critici dell’operato dell’Autorità Giudiziaria, come se la loro notorietà mediatica equivalesse alla loro competenza giuridica: tale sovrapposizione tra il sistema mediatico e quello giudiziario rappresenta un pericolo per lo Stato di diritto. Come ha avuto modo di documentare la nostra Società, nelle trasmissioni televisive dedicate ai casi penali i magistrati mostrano spesso una conoscenza della materia criminologica superiore a quella degli ospiti che si autodefiniscono “criminologi” — il che è, d’altronde, del tutto logico, essendo i giudici coloro che incontrano effettivamente gli autori di reato nelle aule di giustizia e che sono tenuti a motivare le proprie decisioni secondo canoni di rigore argomentativo ben più severi di quelli di un salotto televisivo o dei social media.
- Comprendere senza condannare: una questione che riguarda anche noi
La ricerca criminologica insegna che il crimine affascina perché tocca qualcosa di universale — la nostra stessa capacità di agire il male — e che la figura del “mostro” mediatico serve spesso a scaricare collettivamente un’angoscia che appartiene a tutti. Chi si nutre di questa angoscia per costruire fama e audience non compie un’operazione scientifica, ma un’operazione di gestione emotiva delle masse, per di più spesso in senso regressivo.
La filosofa di Oxford Amia Srinivasan ha scritto che anche i posizionamenti sociali più repressivi e primitivi vanno compresi nella loro genesi, prima che condannati. La SIC fa proprio questo principio e lo applica innanzitutto a se stessa: siamo consapevoli che anche la critica ai criminologi mediatici può scivolare, se non sorvegliata, nella medesima logica che intende contrastare, quella della proiezione e della denigrazione dell’altro come ricettacolo di ciò che non vogliamo riconoscere in noi stessi. E se chi cede all’ansia collettiva e dà risposte pseudoscientifiche risponde a un bisogno comprensibile, per quanto le conseguenze siano dannose, la risposta della SIC non può essere la condanna speculare: deve essere la proposta di un’alternativa fondata sulla comprensione, sul rigore e sul rispetto della complessità.
La SIC tuttavia, dopo tanti anni di silenzio, intende esprimere la propria voce in capitolo, rilevando in primo luogo che quello dei “mediatici” è un fenomeno da studiare; e in secondo luogo che la realtà spesso non è così terribile come viene dipinta: le statistiche lo mostrano. Intendiamo quindi descrivere un fenomeno — la sostituzione del sapere scientifico con l’opinione emotiva nel dibattito pubblico sulla criminalità — e proporre alla società civile, ai media e alle istituzioni un’alternativa: la possibilità di illustrare e divulgare una criminologia che non rinuncia alla complessità e che non si presta a fomentare la paura.
- La posizione della SIC
La Società Italiana di Criminologia si dissocia pubblicamente e formalmente dall’attività dei criminologi mediatici e osserva come la stessa sia priva di fondamento scientifico. Queste attività non appartengono alla criminologia come disciplina accademica e di ricerca; alimentano la paura e l’aggressività collettiva verso gli accusati e i condannati in spregio al dettato costituzionale; si pongono in aperto contrasto con i valori fondamentali di una società che ha scelto di fondare la propria risposta al crimine sulla rieducazione e non sulla vendetta; e danneggiano la reputazione di una disciplina che ha una storia consolidata e meriti concreti nel campo della comprensione e del contrasto alla criminalità.
La SIC rinnova il proprio impegno a promuovere e divulgare una criminologia rigorosa, fondata sulla ricerca, rispettosa dei diritti di tutti i soggetti coinvolti nel fenomeno criminale — autori, vittime, comunità — e consapevole della propria responsabilità sociale e istituzionale. Una criminologia che non dimentica i cattivi, ma non li condanna: li studia, li comprende, e lavora perché il crimine diminuisca.
