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Atti di bullismo nell’infanzia accorciano la vita

di Sara Pezzuolo

I maltrattamenti nell’infanzia non hanno conseguenze solo sulla salute mentale in età adulta, ma anche, e qui sta la novità, sulla durata della vita.

Il dato emerge dagli studi presentati alla tavola rotonda dedicata ai diritti dei bambini durante il 70° Congresso Italiano di Pediatria da poco svoltosi a Palermo, mettendo in luce che abusi, punizioni, negligenze e atti di bullismo provocano stress cronico nei bambini, invecchiamento precoce e un maggior rischio di sviluppare patologie come obesità, cefalea, sindromi dolorose, asma, malattie cardiache e tumori. «Una ragione in più per rafforzare la sorveglianza e prevenire gli abusi sui minori, un fenomeno che interessa circa 100.000 bambini ogni anno in Italia» afferma Pietro Ferrara, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma e docente di pediatria all’Istituto di Clinica Pediatrica dell’Università Cattolica del S. Cuore.

 

Si tratta comunque di una stima approssimativa, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità in Europa stima che i casi reali siano addirittura nove volte più numerosi di quelli segnalati.

Afferma il Presidente della Società Italiana di Pediatria Giovanni Corsello: «La Sip è da tempo impegnata a formare i pediatri a riconoscere i segni dell’abuso e identificare qualsiasi situazione sospetta in questo percorso. Ad esempio fratture delle ossa lunghe o rottura delle ossa costali posteriori in bambini di età inferiore a 18 mesi, fratture ricorrenti, incidenti domestici frequenti devono far suonare un campanello d’allarme: si stima che un quarto delle fratture delle ossa lunghe nei bambini molto piccoli sia conseguenza di maltrattamenti».

Ma anche i neonati non sfuggono alla violenza: il caso più diffuso è la SBS, ovvero la Sindrome da bambino scosso: il violento scuotimento di un neonato da parte di un adulto.

«La SBS è tra le principali cause di mortalità nel primo anno di vita: quasi un terzo dei piccoli scossi muore e l’80% riporta gravi danni quali emorragie cerebrali, disabilità, paralisi e cecità» aggiunge Ferrara. Ma il 75% dei genitori, esasperati dal pianto prolungato del neonato che determina frustrazione e di rabbia, non sa che il violento scuotimento è pericoloso. Recenti ricerche hanno dimostrato che esiste un momento critico nello sviluppo del neonato che va dalla seconda settimana al quinto mese di vita in cui il pianto può essere frequente e inconsolabile.

È il periodo del Purple crying, e corrisponde proprio alla finestra temporale in cui si conta il maggior numero di casi di SBS. A quest’età i muscoli del collo e il cervello non sono sviluppati a sufficienza per resistere al trauma dello scuotimento, e negli Stati Uniti sono stati introdotti programmi di prevenzione per i genitori che insegnano a comprendere le ragioni del pianto, gestire la rabbia e comprendere i gravi effetti del maltrattamento.

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