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Danno

Danno psicologico-esistenziale in bambini oggetto di separazioni genitoriali

di Sara Pezzuolo 7 Marzo 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Propongo questo interessante articolo pubblicato sul sito personaedanno.it in tema di “Danno psicologico-esistenziale in bambini oggetto di separazioni genitoriali” estratto da Psicologia Giuridica del Dott. Renato Voltolin.
Dato il particolare tema preso in considerazione auspico che la condivisione di questo articolo possa portare ad una riflessione critica in merito ad una questione spesso presente nelle nostre Aule di Tribunale che, secondo il mio punto di vista, troppo volte viene liquidata con superficialità dimenticando che, chi purtroppo perde nella stragrande maggioranza delle volte, sono proprio quei bambini che ci auspichiamo di tutelare

7 Marzo 2011 0 commento
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Separazione affido

ADIANTUM replica alla Mussolini: sugli effetti della PAS apriamo finalmente un dibattito

di Sara Pezzuolo 26 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

In seguito alle dichiarazioni dell’On. Mussolini in tema di PAS (sindrome di alienazione genitoriale) pubblichiamo la risposta ufficiale di ADIANTUM (Associazione di Associazioni Nazionali per la Tutela dei Diritti del Minore) alla quale anche la sottoscritta ha contribuito personalmente.

Replichiamo volentieri alle considerazioni dell’On. Mussolini. Tralasciando di analizzare l’opportunità politica di quanto dichiarato dalla parlamentare, limitarsi a dire “PAS esiste”  o “PAS non esiste” ci sembra una modalità profondamente riduttiva per risolvere una questione ben più ampia.

Numerose riviste scientifiche, e tanti studiosi (italiani e stranieri) hanno trattato in tema di PAS. Tra alcune di queste vale la pena citare “The American Journal of  Family Therapy”. Tale rivista è l’organo ufficiale per l’Associazione della Terapia Familiare e Sistemica in Gran Bretagna i cui articoli, prima di essere pubblicati, vengono sottoposti ad un’attenta e seria critica.

In Italia purtroppo la ricerca non sta attraversando un momento felice, e questo vale non solo per le scienze nel campo della psicologia. Se in Italia mancano studi scientificamente rigorosi, giocoforza dobbiamo documentarci studiando la letteratura internazionale di riferimento. Questo accade per tutte le discipline inclusa, ad esempio, quella medica. Se un ricercatore americano fa un’importante scoperta per la cura del cancro, questa non viene ignorata in Italia perché non è italiana.

Diversamente da quanto dice l’On. Mussolini, la contestazione della eventuale presenza di un qualsivoglia condizionamento posto in essere da uno dei due genitori  non va a discapito del minore ma, al contrario, lo tutela in forza di quel principio di autodeterminazione sancito anche dalla nostra Costituzione. Bisogna aggiungere, poi, che è sbagliato affermare che il genitore condizionante è quasi sempre di sesso femminile. Infatti, nei Paesi islamici avviene il contrario: l’alienante è normalmente colui che ha i figli materialmente in mano, e cioè il padre.

Il confronto su tematiche del genere dovrebbe essere fatto a fronte di una documentazione scientifica e di dati. Chi sostiene l’esistenza della PAS – che poi è solo un’applicazione sui minori di quel condizionamento che nessuno si sognerebbe di contestare fra gli adulti, basti pensare alla sindrome di Stoccolma –, non lo fa certo per spaventare o creare terrorismo psicologico. A tutti noi farebbe piacere scoprire che non esiste la fame nel mondo perché viviamo in un paese in cui non si muore di fame,  ma dirlo perché sarebbe bello non vuol dire che la gente nei paesi del terzo mondo non continui a morire di fame !

La mancata ufficializzazione della esistenza della PAS non è dovuta ad uno scarso interesse per la problematica (anzi…), bensì è determinato da un’attenta analisi del materiale scientifico a disposizione. La prossima uscita del DSM-V è prevista per il 2012 ma forse giova ricordare che gli studi per la stesura del manuale sono e saranno in continua evoluzione (basti pensare che fino al DSM-III, nel manuale rientrava anche l’omosessualità che già nel DSM-IV e nel DSM IV-Tr, la versione attuale, non compare più).

Al momento attuale, all’interno del DSM, viene comunque presa in considerazioni nella sezione denominata “Altre considerazioni che possono essere oggetto di attenzione clinica”  – il “Problema Relazionale Genitore- bambino”, laddove si afferma “…questa categoria dovrebbe essere usata quando l’oggetto dell’attenzione clinica è una modalità di interazione tra genitore e bambino – per es. comunicazione compromessa, iperprotezione, disciplina inadeguata – che è associata ad una compromissione significativa del funzionamento dei singoli e della famiglia, o con lo sviluppo di sintomi clinicamente significativi nel genitore o nel bambino……”.

Secondo Fabio Nestola (Fenbi), in merito all’affermazione secondo cui “…potrebbe accadere (…) che qualora un minore si trovasse per sua disgrazia ad avere un genitore violento, se ne parlasse e lo denunciasse, potrebbe essere accusato di essere stato indotto dall’altro genitore e di non dire la verità. Con la conseguenza di essere allontanato dal genitore di cui invece si fida…“, essa appare come un’analisi quantomeno superficiale. Non è sufficiente che un genitore si metta a strillare “c´è la PAS, c´è la PAS !” per avere un figlio in affido.

Chi può essere così ingenuo da pensarlo ?

La PAS, quando c´è, deve essere riconosciuta da consulenti appositamente formati, lo stesso giudice non ha la preparazione accademica per distinguere un bambino spontaneo da uno manipolato.

Allora ci si dovrebbe chiedere “chi ha paura che gli specialisti possano riconoscere la manipolazione di un genitore ai danni dell´altro ?“, oppure “chi ha paura di riconoscere che la manipolazione è a tutti gli effetti un maltrattamento sui minori ?”

Il fatto che in Italia ADIANTUM porti a conoscenza situazioni di pregiudizio per i minori quali quelle del conflitto tra gli ex coniugi, di condizionamento sui minori (vedi anche l’ultima sentenza della Cassazione  sentenza n. 250 del 10 gennaio che condanna chi pressa la psiche dei minori), non dovrebbe far preoccupare il mondo degli adulti visto che, come ci piace pensare, abbiamo questo mondo in prestito proprio per lasciarlo ai nostri figli, e quello che vogliamo per loro è che siano liberi di pensare, di credere e di sognare.

La nostra associazione non si occupa di “protezionismo di genere maschile”. In ADIANTUM convivono tranquillamente associazioni di papà e associazioni di mamme, e tutte insieme difendono il diritto dei minori a crescere nella propria famiglia e promuovono in ogni campo la bigenitorialità. Ogni caso sottoposto all’attenzione dei professionisti che collaborano con l’Associazione viene attentamente vagliato e studiato proprio per tutelare il minore.

Quando coloro che sostengono la non esistenza della PAS lo faranno e lo dimostreranno su un piano scientifico, saremmo ben lieti di dire che la PAS non esiste.

A tutti noi sarebbe piaciuto affermare che il Brasile ha sbagliato quando ha formulato una legge specifica contro la sindrome di alienazione genitoriale (26.08.2010 legge 12.318-10), e la stessa cosa avremmo voluto fare quando la regione Liguria ha deliberato l’approvazione degli “Indirizzi in materia di maltrattamento, abuso e sfruttamento sessuale a danno dei minori” che prevedono la deprivazione genitoriale e la sindrome di alienazione genitoriale.

Onorevole Mussolini, la realtà, purtroppo, è un altra, e non è quella che le è stata riferita.

In ogni caso, l’obiettivo di ADIANTUM non è certo quello di dare una mera definizione di specie ad un fenomeno clinico – questo lo farà la Comunità Scientifica internazionale -, bensì quello di stabilire, una volta per tutte, che portare un bambino ad avere atteggiamenti immotivati di totale rifiuto affettivo verso uno dei genitori è una gravissima forma di maltrattamento sul minore e una inaccettabile violenza sul genitore alienato.

La nostra replica, assolutamente dovuta, non inganni: abbiamo realmente apprezzato il suo interessamento sul tema, e riteniamo che sia stato utile all’apertura di un dibattito più approfondito. Auspichiamo un tavolo tecnico, a cui possano partecipare tutte le voci, anche quelle più in antitesi, al fine di trovare punti da condividere e fare chiarezza, sotto l’alto patrocinio della Commissione da Lei presieduta.

 

VITTORIO VEZZETTI – SARA PEZZUOLO (ADIANTUM Area Scientifica)

ANDREA CARTA (Presidente Turnario) – ALESSIO CARDINALE (Segretario Nazionale)

26 Gennaio 2011 0 commento
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Linee Guida

Linee Guida per l’interpretazione dell’articolo 31 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani

di Sara Pezzuolo 15 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Mi sembra opportuno segnalare ai colleghi che si occupano di Psicologia Forense l’approvazione, da parte dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, delle linee guida per l’interpretazione art. 31 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

A tal proposito riportiamo di seguito la delibera di approvazione.

Link

 

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Separazione affido

Questi paradossi di padri…

di Sara Pezzuolo 13 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Nonostante sia solita dare ai miei contributi un taglio scientifico in questa occasione la mia vuole essere la condivisione di una riflessione. Nell’ambito della mia professione in qualità di psicologa forense mi accingo a seguire madri e padri nella separazione, nell’affidamento dei figli ma mi occupo anche di risarcimento di danni. Ordunque ecco il paradosso dei padri. Mi sono ritrovata recentemente a valutare il danno da lutto di due minori che avevano perso il padre improvvisamente in un sinistro stradale. I due minori vivevano un disagio enorme, il loro farsi forza a vicenda era quasi commovente. Il padre deceduto era sempre presente: nei disegni, nel colloquio, nella volontà di provare ad obbedire alla madre, nell’andare bene a scuola per il padre che desiderava ciò, etc. In sede di conclusioni della mia consulenza mi trovo a discorrere sull’importanza della figura paterna nel conseguente sviluppo dei figli e cito quindi letteratura in materia e via discorrendo. Mentre le mie conclusioni volgono al termine, un pensiero prende forma, una sorta di assurdo, anche se tale assolutamente non è. Come è possibile che quando un padre o una madre disgraziatamente muoiono si fanno consulenze sul risarcimento danni e quando il genitore è vivente nessuno si sofferma a valutarne l’importanza? Perché un padre deceduto è importante per il minore e per il suo sviluppo mentre un padre separato, vivente, non sembra assolvere al medesimo compito? Perché ad un figlio orfano si riconosce il danno biologico di tipo psichico ed il danno da pregiudizio esistenziale da perdita del rapporto parentale mentre ad un figlio rimasto orfano da una separazione tale diritto non viene riconosciuto? Figli sono e figli restano… un genitore deve morire perché si riconosca come tale? Genitori, lottate per i vostri figli, lottate per ottenere ciò in cui credete. Avvocati mettete lo stesso ardore che mettete nelle cause di risarcimento per danno da lutto anche nelle cause di separazione, colleghi non siate (siamo) ciechi… La minore si volgeva verso la gradinata a cercare il sorriso del padre… quel sorriso non c’era più e mai più ci sarebbe stato ma ancora tante vasche l’aspettano… forza A.… non smettere di nuotare tuo padre continua e continuerà a fare il tifo per te. 

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Separazione affido

Separazione e suicidi: il ruolo dei media.

di Sara Pezzuolo 13 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Data anche l’ultima e recente vicenda che ha visto protagonista un padre mi sembra opportuno proporre una riflessione sulla tematica del suicidio nei casi di separazione e affidamento dei figli. Come sappiamo la separazione coniugale è un fenomeno complesso dal quale non possono essere isolate una molteplicità di variabili tra cui il legame che unisce un genitore ad un figlio, il lutto per la fine di una relazione e la costruzione di una nuova identità, le variabili quali sentimenti di vendetta o rimorso che caratterizzano questi processi etc. Secondo i dati ISTAT dal 1995 al 2008 sono aumentati sia le separazioni che i divorzi. Gli affidi prevalenti sono l’affidamento congiunto, l’affido esclusivo alla madre e rarissimamente l’affido al padre. Stando sempre ai dati ISTAT, le statistiche di riferimento ai merito al suicidio nel 2007 vedono 272 decessi di persone separate e 1.125 decessi di persone coniugate. Le motivazioni che determinano la scelta di morire sono, sempre riferite al 2007, n. 289 per motivi affettivi1. Il gesto suicida è un gesto eclatante che desta, nella coscienza di ognuno di noi, un pensiero critico ed una riflessione. Il gesto ultimo di una persona non dovrebbe servire solo a fare cronaca ma dovrebbe far rifletter sulle motivazioni conscie e inconscie che hanno portato quella persona a decidere di interrompere la vita. I media giocano un ruolo particolare in questo contesto. Ci possiamo chiedere ad esempio che informazioni dà sulla persona? Come questa viene presentata? Come si pone di fronte al problema dei suicidi? Come definisce le motivazioni che hanno portato a tale scelta? A volte il suicidio passa come notizia di cronaca ma non solleva coscienze popolari, interrogativi etc. Sembra che ci si fermi di fronte all’atto del suicidio e niente di più niente di meno viene fatto per cogliere le motivazioni che hanno determinato la scelta di morire, come se l’atto in sé per sé avesse più ragione di essere della motivazione che lo ha determinato. Una si tale informazione, oltre che essere fuorviante rischia di essere letta come l’unica alternativa possibile a, ad esempio, una separazione altamente conflittuale.. Troppo spesso, secondo il parere della sottoscritta, si fa disinformazione celandosi dietro alla parola informazione. Urlare ai quattro venti che quel padre si è suicidato senza cercare di entrare nel profondo del gesto è un’analisi superficiale. Se la giurisprudenza, i giudici etc. non si fermano un attimo sulle devastanti conseguenze della separazione niente mai cambierà. Esistono spot sulle stragi del sabato sera, sui sinistri stradali, sulle vittime del lavoro e le vittime di una separazione dove trovano spazio? Cosa fanno i media? Dove si colloca l’informazione rispetto al genitore rimasto solo? Solitamente quando i media descrivono un gesto estremo di un genitore non forniscono informazioni in merito ai supporti disponibili e quindi non “sponsorizzano” chi si trova in difficoltà a richiedere aiuto presso i centri predisposti. Di conseguenza, parlare “della soluzione suicidio” a chi in quel momento è particolarmente vulnerabile al messaggio, non fa altro che fornire la “soluzione” al problema. Secondo alcune raccomandazioni dell’American Association of Suicidology dell’American Foundation for Suicide Prevention e Annenberg Public Policy Center (2002) è auspicabile che certe stereotipie connesse al linguaggio in cui una notizia viene portata siano modificate. Ad esempio la causa di morte dovrebbe comparire nel corpo della storia e non nei titoli, inoltre nel corpo della notizia è preferibile scrivere “colui che è morto a causa del suicidio” piuttosto che il “suicida” in quanto tale espressione riduce le persone al mondo della morte oppure denota un comportamento criminale. Tutto ciò si realizza perché la propaganda del suicidio ha effetti sicuri del medesimo gruppo di soggetti al quale apparteneva colui che si è suicidato, nondimeno, “i dati della letteratura hanno  In tale numero sono compresi soggetti maschi e femmina;  confermato ampiamente l’azione delle stereotipie mediatiche nell’indurre comportamenti imitativi in soggetti vulnerabili”2. E’ importante quindi affermare che ci possono essere risorse disponibili per il trattamento e la prevenzione del comportamento suicidario, è importante chiedersi come il familiare, il minore, comprende la notizia, è importante che le cause che determinano una si tale soluzione vengano risolte con la stesa premura in cui si tutela o si cerca di tutelare il valore della vita umana in altri contesti. A tal proposito mi preme segnalare il sito www.prevenireilsuicidio.it; solo alla morte non c’è soluzione… a tutto il resto si può provvedere. Un pensiero a tutti coloro che non ci sono più. 

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Contributi generali

Pinocchio sta a Collodi ?

di Sara Pezzuolo 13 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Chi è il menzognero ce lo dice S. Agostino nel suo trattato “Sulla bugia” “Non chiunque dice il falso mente se crede, stima sia vero ciò che dice (…) Mente chi pensa una cosa eafferma con le parole, o con qualunque mezzo di espressione, qualcosa di diverso. Perquesto si dice che chi mente ha un cuore doppio, ossia un doppio pensiero (…). E’ dunquenell’intenzione dell’animo e non della verità o falsità delle cose in sé che bisogna giudicare se uno mente o non mente”.

L’intenzionalità dell’atto del mentire è alla base della menzogna stessa. Per dirla comesostiene Lee (2000) la menzogna è quando gli individui comunicano cose false conl’intenzione che i loro interlocutori credano a quanto essi stanno dichiarando.
Ma i bambini mentono?
La risposta a tale domanda è emersa in seguito ad uno studio pubblicato su Social Development, 12, 1, 2003 da alcuni ricercatori dell’Università di Waterloo.
I ricercatori hanno effettuato una ricerca longitudinale su 40 famiglie in due momenti storici diversi. In un primo momento i bambini avevano un’età compre tra 1,9 e 2,6 anni e successivamente quando i bambini avevano 3,8 e 4,8 anni.
Obiettivo della ricerca era quello di prendere in considerazione tre aspetti:

  1. a chi mentono e, per quali ragioni mentono, i bambini?
  2. come i genitori reagiscono alle menzogne dei propri figli?
  3. differenze tra menzogna e altre false dichiarazioni.

I risultati a cui sono giunti i ricercatori è che i bambini più grandi mentono più frequentemente rispetto ai più piccoli (tale risultato potrebbe essere spiegato dallo sviluppo progressivo del linguaggio).
In generale i bambini maschi tendono a mentire più spesso delle coetanee femmine ed i bambini che mentono più spesso sono quelli che commettono il maggior numero di trasgressioni.
Il fatto che la menzogna sia un fatto sociale governato da scopi e funzioni sociali è stato confermato anche in questo studio nel momento in cui si è appurato il tipo di menzogna che i bambini dicono. I bambini mentono per evitare le responsabilità, per accusare ingiustamente un fratello o una sorella (di solito più piccolo), oppure per ottenere il controllo di un altro comportamento. In generale le bugie dei bambini sono bugie
finalizzate a proteggere il sé. Rarissimi sono i casi in cui la menzogna viene raccontata per valorizzare o difendere fratelli o altri.
I bambini più piccoli erano inoltre soliti mentire molto anche nel gioco per sostenere il fatto che avessero vinto oppure erano soliti ingannare circa le regole o mentire in merito alla loro applicazione.
Quando i ricercatori si sono poi trovati ad analizzare il comportamento dei genitori di fronte alla menzogna, gli studiosi, hanno appurato che pochissimi genitori hanno fatto notare in maniera diretta al minore che mentire è sbagliato. La stragrande maggioranza del campione preso in considerazione o hanno ignorato le menzogne dei propri figli o vi hanno addirittura creduto finendo magari per punire così il figlio sbagliato.
Infine, altre false dichiarazioni non possono essere definite menzogne proprio perché manca l’atto intenzionale. I bambini mentivano ma non erano consapevoli che stavano mentendo.
Tutto il mondo è paese? No… verrebbe da dire tutto il mondo a Collodi!

(Per maggiori dettagli rimandiamo a Wilson A.E., Smith M.D., Ross H.S., “The nature and effects of young
children’s lies”, Social Development, 12, 1, 2003)

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Contributi generali

Quella scatola chiamata Televisione

di Sara Pezzuolo 13 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Se i nostri nonni sono cresciuti senza televisione e senza altre comodità l’idea di “rinunciare” alla “scatola parlante” oggi come oggi sembra una cosa impossibile. Citando una frase che mi fa sempre sorridere della mia nonna “si stava meglio quando si stava peggio” non rimane che sorridere e, forse forse, concordare! Difatti la “scatola” (così come la chiama la nonna) fa male…non solo e non tanto per i contenuti (cosa che solo di per se meriterebbe attenzione) ma nuoce anche allo sviluppo linguistico dei minori. In tal senso è molto interessante quanto evidenziato da uno studio pubblicato su Archives of Pediatrics and Adolescent Medicine nel giugno 2009 condotto dal prof. Christakis et al. “Audible Television and decrease adult word”. Lo studio coinvolgeva bambini di età compresa tra i 2 mesi ed i 4 anni e sono stati analizzati i suoni ambientali emessi dalla TV assieme alle vocalizzazioni dei minori, al numero delle parole pronunciate da un adulto e le loro interazioni reciproche. I risultati hanno evidenziato che la TV accesa o comunque il suono della TV, riduce in maniera significativa sia il numero di parole pronunciate dall’adulto, sia il numero delle vocalizzazioni dei bambini sia il numero delle interazioni minore-adulto. Questi studi, secondo quanto affermano i ricercatori, sono in grado di spiegare l’associazione tra l’esposizione alla TV e i ritardi nello sviluppo del linguaggio. In tal senso è utile ricordare i consigli dei pediatri del Seattle Children’s Research Institute: – con i bambini piccoli è importante scegliere attività che stimolino il linguaggio, la curiosità, etc.; – con bambini più grandi è importante preferire la visione di programmi non violenti, limitando comunque la visione della televisione a non più di due ore al giorno; – durante i pasti evitare di tenere la televisione accesa in modo tale da favorire scambi e comunicazioni; – non utilizzare la visione delle televisione come premio o punizione; – data l’azione passiva della televisione, è importante che questa non sia tenuta accesa come “compagnia”; – evitare che la TV sia posizionata nella camera da letto dei minori;  Alla fine quindi farsi una bella corsa all’aria aperta, acquistare un bel gioco, ridere, scherzare e disegnare alla lunga non hanno età… come a dire che, ancora una volta, nonostante il progresso dai nostri nonni abbiamo sempre da imparare.  (Per maggiori dettagli si rimanda all’articolo della ricerca citata in Arch., Pediatr., Adolesc., Med., “Audible television and decreased adult word, infant vocalizations, and conversational turns: a population-based study”, Jun 2009, 163 (6), 554-8;) 

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Contributi generali

I minori e la televisione

di Sara Pezzuolo 11 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

“Una democrazia non può esistere, se non si mette sotto controllo la televisione; essa è divenuta un potere politico colossale, potenzialmente, si potrebbe dire il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla” (Popper). 

Stando ad una stima dell’A.P.A. (American Psychological Association), i bambini americani stanno davanti alla televisione in media 27 ore alla settimana con punte di 11 ore al giorno nei quartieri degradati. Data la programmazione televisiva è stato così stimato che, ogni bambino, può assistere ad una media di 8.000 omicidi e 100.000 atti di violenza prima di aver terminato le scuole elementari. E qui in Italia? Stando ai dati provenienti dalla ricerca Istat, i minori italiani guardano la televisione soprattutto nella fascia oraria che va dalle 20.30 alle 22.30 con una media oraria giornaliera di tempo trascorso davanti alla televisione che supera quella degli adulti: è quindi conseguenza logica che i minori guardano la televisione senza la presenza dei genitori. La fascia di età in cui si registra una percentuale maggiore di minori che seguono la TV (99,1%) è quella degli 11-13 anni (Fonte Istat 2006). Stando ad ulteriori stime si può “tranquillamente” affermare che la televisione è violenta: circa la metà delle ore di programmazione offrono scene di violenza anche nella fascia orario che, come precedentemente detto, è quella maggiormente seguita dai minori. Numerosi studi, in ambito internazionale, hanno provato a documentare gli effetti delle rappresentazioni violente sui minori tuttavia i differenti ricercatori non sono però giunti a conclusioni unanimi. Alcuni di essi concludono che gli effetti della violenza sul comportamento dei minori hanno effetti concreti solo se è presente una predisposizione del medesimo alla violenza, altri, di contro, affermano che, dati i processi imitativi e di rinforzo, esiste una stretta correlazione tra media e messa in atto di comportamenti aggressivi. Tale ipotesi è supportata dall’irrigidimento cognitivo che determina, nello spettatore, la fissazione della sequenza violenta. Nonostante le spiegazioni differenti, comunque, i risultati disponibili rilevano una certa influenza sul comportamento dei minori dell’esposizione ad una comunicazione televisiva violenta. Anche se non è plausibile pensare allo spettatore totalmente come soggetto passivo a quanto gli viene mostrato, l’assenza dei genitori, documentata in precedenza, rischia di non permettere il processo di codifica e analisi dei messaggi e che venga esonerato il processo di una lettura critica del fenomeno. Facendo riferimento ad una ricerca proveniente dall’USA, effettuata mediante la tecnica della risonanza magnetica funzionale encefalica, si è potuto concludere che le scene di attivazione del cervello alla vista di una scena di violenza sono le medesime di quelle che si attivano di fronte ad un evento reale di minaccia che viene registrato nella memoria a lungo termine e, prontamente, richiamato. In sintesi, scene di spettacoli televisivi e scene violente della realtà non dimostrano di avere differenze a livello di tracce cerebrali. La Direttiva “Tutela dei Minori, del Consiglio delle Comunità Europee” già nel 1989 prevedeva: “per ciò che si riferisce alle emittenti televisive, soggette alla loro giurisdizione, gli stati membri, adottano le misure atte a garantire che le oro trasmissioni, non contengono programmi in grado di nuocere gravemente allo sviluppo fisico, mentale, e morale dei minorenni, in particolare programmi, che contengano scene pornografiche o di violenza gratuita”. 

Analizzati i nostri palinsesti fatti di reality, fiction, telefilm come possiamo esonerare i nostri figli da avere determinati modelli di riferimento, dall’essere bulli etc.? 

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Contributi generali

Atti di bullismo nell’infanzia accorciano la vita

di Sara Pezzuolo 11 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

I maltrattamenti nell’infanzia non hanno conseguenze solo sulla salute mentale in età adulta, ma anche, e qui sta la novità, sulla durata della vita.

Il dato emerge dagli studi presentati alla tavola rotonda dedicata ai diritti dei bambini durante il 70° Congresso Italiano di Pediatria da poco svoltosi a Palermo, mettendo in luce che abusi, punizioni, negligenze e atti di bullismo provocano stress cronico nei bambini, invecchiamento precoce e un maggior rischio di sviluppare patologie come obesità, cefalea, sindromi dolorose, asma, malattie cardiache e tumori. «Una ragione in più per rafforzare la sorveglianza e prevenire gli abusi sui minori, un fenomeno che interessa circa 100.000 bambini ogni anno in Italia» afferma Pietro Ferrara, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Roma e docente di pediatria all’Istituto di Clinica Pediatrica dell’Università Cattolica del S. Cuore.

 

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Contributi generali

Ansia e incertezza

di Sara Pezzuolo 11 Gennaio 2011
Scritto da Sara Pezzuolo

Quando una decisione ha un esito imprevedibile, le persone ansiose incontrano una particolare difficoltà nel valutare correttamente la statistica degli eventi avversi e la probabilità che si verifichino in futuro: il fenomeno, dimostrato in una ricerca sperimentale su un gruppo di volontari, è stato confermato anche da test neurofisiologici. Chi ha un carattere ansioso può avere difficoltà a imparare come regolare il proprio comportamento in risposta agli esiti imprevedibili di un’azione: è quanto risulta da un nuovo studio apparso sulla rivista “Nature” a firma di Michael Browning del John Radcliffe Hospital a Oxford, nel Regno Unito, e colleghi di istituti tedeschi e statunitensi.

www.lescienze.it

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